La Turchia non smette di perseguitare il popolo kurdo

In regimi come quello turco le minoranze subiscono numerosi tipi di persecuzione, e sono costrette a vivere in povertà e in condizioni precarie. Yilmaz Orkan, responsabile di Uiki-Onlus - Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia, racconta in questa intervista i tanti aspetti dell'oppressione strutturale esercitata storicamente dai governi turchi nei confronti del popolo kurdo. Un'oppressione dai tratti ancora più feroci negli ultimi decenni: Erdoğan sta facendo di tutto per rendere il Kurdistan una terra invivibile.
popolo kurdo manifestazione

In un angolo solitario delle montagne
All’ora della preghiera mattutina
giaccio
disteso
A lungo, insanguinato…
Uomo della mia gente, scrivi la mia storia così com’è
O la crederanno una favola
Non sono capezzoli rosati
Ma la pallottola
Fatta a pezzi nella mia bocca…


Nei potenti versi di Trentatré pallottole di Ahmed Arif (Diyarbakır 1927-Ankara 1991, tra i principali poeti kurdi di lingua turca del Novecento) si può rintracciare la sofferenza del popolo kurdo provocata da un destino tiranno. Dopo il Trattato di Losanna (1923) che permise la divisione del Kurdistan in quattro parti, questa etnia è stata infatti vittima di innumerevoli persecuzioni e genocidi, oppressioni che purtroppo continuano ancora oggi, specialmente da parte del regime di Erdoğan, questo perché secondo lo spirito nazionalista ricercato dallo Stato turco i kurdi costituiscono una minaccia all’unità e sovranità nazionale. E nonostante le numerose repressioni che questo popolo ha dovuto subire, e subisce, sui kurdi cala, talvolta, il silenzio, un silenzio che agevola così gli operati dei regimi che, con qualsiasi mezzo, vogliono sopprimere questa etnia. Per fare quindi più chiarezza sulla condizione attuale dei kurdi e sul ruolo della Turchia, attore principale in questa soppressione, dialoghiamo con Yilmaz Orkan, responsabile di Uiki-Onlus – Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia: organizzazione senza scopo di lucro e di utilità sociale nata dalla necessità di fornire informazioni e ricevere consenso e sostegno da parte dell’opinione pubblica italiana circa il movimento kurdo, oltre che fornire informazioni sulla repressione, la discriminazione e la guerra contro il popolo kurdo. Tra i loro progetti la Casa Delle Donne a Kobane e L‘Arcobaleno di Alan, un luogo di studio e di vita per gli orfani e bimbi di Kobane.

Chi è attualmente il maggior nemico del popolo kurdo?
Non c’è dubbio che tra i maggiori nemici dei kurdi ci sia il governo turco.
La Turchia da anni, anzi da quando è stata fondata la Repubblica nel 1923 anno che coincide con il Trattato di Losanna, cerca di annientare l’etnia kurda, e questo avviene sia all’interno dei confini turchi, nel Bakur (Kurdistan turco), sia al di fuori di essi, nel Rojava ad esempio (il Kurdistan siriano). La guerra contro i kurdi appare però più forte e intensa da quando al potere c’è Erdoğan, e non è un caso considerato che il suo governo presenta una coalizione con i lupi grigi (organizzazione paramilitare di estrema destra, neofascista e movimento politico affiliato al Partito del Movimento Nazionalista, MHP) e gli estremisti musulmani ed islamisti che hanno da sempre esercitato violenza verso le minoranze, in particolare verso i kurdi, gli aleviti e gli armeni.
In regimi come quello turco le minoranze subiscono una vera e propria persecuzione, manifestata tramite aggressioni e minacce, sono inoltre costretti a vivere in povertà e in condizioni precarie.
In molti nelle elezioni presidenziali avvenute in Turchia questa estate hanno visto un momento storico per la morte definitiva della democrazia, ignorando che purtroppo anche prima di questa votazione il territorio turco si presentava dominato da Erdoğan e dai suoi seguaci. A proposito va ricordato che Erdoğan prima di diventare Presidente della nazione (lo è dal 2014), è stato, dal 1994 al 1998, sindaco di Istanbul, e forse non è un caso se proprio in questi ultimi decenni la Turchia sta attraversando un’enorme crisi economica e sociale che sta procurando una forte immigrazione di turchi all’estero, in quanto le politiche di Erdoğan reprimono la libertà di pensiero; chiunque esprima un’idea diversa da quella imposta dal regime o provi ad esprimere solidarietà verso le minoranze, viene considerato un pericoloso oppositore, un separatista, e talvolta un terrorista, e per questo si viene incarcerati, uccisi e silenziati.

In che modo il regime di Erdoğan opprime il vostro popolo?
Pensiamo al Rojava (il Kurdistan siriano), un territorio divenuto nella metà degli anni 2010 baluardo della lotta contro l’ISIS, nonché simbolo della liberazione e di un’alternativa forma di democrazia grazie all’attuazione dei principi del confederalismo democratico; una terra che, purtroppo, in questi anni è ritornata ad essere bersaglio delle politiche oppressive del regime di Erdoğan che schiacciano ed indeboliscono le realtà locali kurde, costringendole a sopravvivere in condizioni di precarietà e di povertà, ostacolando così la loro autodeterminazione e il loro sviluppo.
Per rendere l’idea più chiara è sufficiente pensare che la Turchia in questi anni ha messo in atto qualsiasi mezzo per opprimere il popolo kurdo del Rojava, tra questi: l’embargo, il blocco armato, nonché il taglio di risorse come acqua, ga…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.