Lottare scrivendo. Conversazione sul patriarcato con Caterina Serra

Un dialogo a tutto campo con la scrittrice su patriarcato, femminismo e sulla scrittura delle donne come forma di lotta: dall'immaginario alla lingua, dall'evoluzione delle forme alla necessità di nominare l'oppressione trovando le parole giuste.

E come finge di essere forte per far sentire gli altri più deboli.
Che forma di potere è quella che ha bisogno di infragilire l’altro?
Caterina Serra,
Padreterno

Intanto, per cominciare: patriarcato, che parolone! Ormai quasi una parolaccia. La Treccani recita così: “In antropologia, tipo di sistema sociale in cui vige il ‘diritto paterno’, ossia il controllo esclusivo dell’autorità domestica, pubblica e politica da parte dei maschi più anziani del gruppo”. Ma forse allora nel 2024 è anche già bell’e superato da un po’? O magari proprio no e ne subiamo ancora molte espressioni e forme sia evidenti che subliminali?
Ma cos’è esattamente? Che definizione daresti tu di patriarcato, Caterina?

Se ti soffermi sulle parole diritto, controllo, autorità, di cui secondo la Treccani si nutre il patriarcato, pensa a quante lotte le donne hanno fatto e continuano a fare per i loro diritti, perfino quello di parola, per non sentire un controllo sul proprio corpo, penso all’aborto, ma anche banalmente alla propria immagine di sé, o al desiderio, al proprio orientamento sessuale, per non obbedire a una autorità superiore che magari decide di darti un salario inferiore a quello di un uomo a parità di mansioni. Se il patriarcato come sistema sociale e quindi politico fosse superato, anche molto del nostro sistema economico capitalista basato sulla cura gratuita, sull’assoggettamento, sullo sfruttamento sarebbe in crisi.

Credo che moltissime donne, anche di generazioni più giovani, subiscano ancora la cultura patriarcale, tutte le volte che devono nascondersi, zittirsi, fare finta, tutte le volte che il loro corpo viene guardato e giudicato, tutte le volte che in un consesso maschile prendere parola diventa faticoso perché richiede di farsi valere, di alzare la voce, tutte le volte che “brava” non basta, tutte le volte che “competente” risulta saccente, ed è “naturale” essere pacifiche e pacificatrici, tutte le volte che il potere è declinato come un sistema gerarchico, una relazione tra chi domina e chi è dominato. Un sistema violento.

Quindi lotta ai dominatori? In un testo nel tuo blog scrivi:Il femminismo non è anti-uomini, dice bell hooks, gli uomini non sono il nemico, il sessismo lo è, quello sistemico istituzionalizzato. Il femminismo mira a mettere fine al sessismo (…). L’uso del corpo delle donne alimenta ancora un sistema perfetto, un capitalismo privato e di Stato che fonda la propria sussistenza sullo sfruttamento”. Chiariamo e sfatiamo subito questa convinzione erronea: il femminismo non si rivolge contro gli uomini…

Assolutamente no, non c’è nessuna donna femminista che lo abbia detto o scritto. Il femminismo lotta contro un sistema non contro gli uomini. Un sistema misogino, ma anche razzista e omofobo. Le cose stanno insieme.

Il patriarcato nella scrittura. La scrittura può essere una forma di potere? Tu che ne pensi?

La scrittura ha potere, il potere di raccontare storie sotto una certa luce. Raccontare una storia (ma anche la Storia) secondo una visione patriarcale ha a che fare con una visione del mondo. Soggetti, oggetti, aggettivi, tempi e modi verbali, scelta dei termini cambiano completamente se a raccontare una storia è qualcun* che vive di una cultura patriarcale. La scrittura, comunque, per me è azione.

Le donne scrivono per vendetta, avrebbe sostenuto Ennio Flaiano negli anni Sessanta. Spesso ci si è interrogate sull’esistenza di una scrittura prettamente femminile, riconoscibile, che si distingue quindi da quella maschile. È ancora una volta relegare le donne in un recinto letterario riduttivo o invece voler sottolineare le qualità professionali che differenziano effettivamente le scrittrici dagli scrittori?

Non mi piace l’aggett…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.