“Se domani tocca a me voglio essere l’ultima”. 17 anni fa Hina Saleem fu solo la prima

Saman Abbas, prima di lei Hina Saleem e con loro tutte le vittime dei delitti d’onore in Italia negli ultimi quindici anni. Provengono da famiglie immigrate, non solo musulmane. A opprimerle sono le tradizioni familiari e claniche che impongono alle donne di considerarsi una merce di scambio, da vendere attraverso i matrimoni, e per il resto accettare di rimanere sotto lo stretto controllo della famiglia. Ma quando queste donne chiedono aiuto, lo Stato non ascolta. Finché saranno negati diritti fondamentali di cittadinanza, si impedirà attivamente a tutte loro di praticare la propria autodeterminazione.

Nel cimitero di Brescia, nel riquadro islamico “zona adulti” al numero 6 della fila uno, è sepolta Hina Saleem. Una tomba offerta e pagata da ignoti bresciani, dopo il consenso del fratello e della madre di Hina. Questa sepoltura è una tragedia aperta, anche simbolicamente. Per ben tre volte la foto di Hina è stata tolta dalla tomba perché giudicata offensiva e non rispettosa dei dettami religiosi islamici. Il fratello rivendica lo strappo della foto della sorella. Anche da morta Hina fa scandalo. In quella foto sorride e indossa una maglietta fucsia che le lascia fuori una spalla: troppo scoperta, troppo visibile.

Hina Saleem è la prima ragazza pakistana morta in Italia, a Brescia nel 2006, per un femminicidio d’onore. Ancora fatichiamo in Italia a nominarlo come tale perché forse non vogliamo vedere una radice di violenza che ci riporta troppo indietro ma così facendo alimentiamo equivoci e alibi nelle nostre azioni di contrasto. Non c’entra l’islam; e, se c’entra, è dentro un miscuglio di tradizioni. Di sicuro c’entrano il patriarcato e i clan familiari.

Hina abita a Brescia, ha 21 anni, va a scuola e poi a vivere da sola e lavorare in un bar. Dopo un po’ chiede protezione, va dai carabinieri ripetutamente e dice: “Sono in pericolo”. Aveva chiesto anche a scuola di essere protetta. “Sono in pericolo perché mio padre e la mia famiglia non vogliono che io sia così. Io voglio andare a convivere con un ragazzo italiano, lui non è musulmano e io ho paura”.

Denuncia varie volte, finché un pomeriggio nel 2006 accetta di incontrare suo padre; ad attenderla anche due zii, i fratelli della mamma. Perché accetta? Ovviamente perché vuole bene a suo padre e alla sua famiglia: non pensa certo che i suoi genitori la potranno uccidere. Nel suo diario scrive: “Io sono una persona molto sensibile e sentimentale. Mi piacciono i tramonti. E sono una che se le viene da piangere piango. Avrei voluto finire la scuola e farmi la mia vita. Ma per i miei genitori, che seguono le tradizioni pakistane, queste cose non hanno valore. Per loro una ragazza dovrebbe occuparsi della casa e dei fratelli. Ho sentito che la mia mamma diceva a mio papà: ‘io convincerò Hina ad andare in Pakistan e se non vorrà inventiamo un piano tutti insieme’… Non so quale piano, so soltanto che mi faranno del male. Perciò fate presto, portatemi via da questo inferno perché prima o poi il mio papà qualcosa me lo fa”.

Hina viene uccisa con 20 coltellate, sepolta nell’orto di casa con la testa rivolta alla Mecca per dare rispetto alla sua sepoltura. Il padre, dopo la condanna a 30 anni, in carcere rilascia un’intervista ai giornalisti Giommaria Monti e Marco Ventura (poi autori del libro Hina, questa è la mia vita) e dice: “Volevo solo che tornasse a casa”.

Dal 2006 a oggi sono state uccise in Italia 6 donne di origine straniera: per queste morti si è parlato di omicidi, non di delitti d’onore.
La prima è Hina Saleem (Gjrat, Pakistan, 1985-Ponte Zanano di Sarezzo, 2006).

La seconda vittima è Sana Dafani (Italia 1991-Montereale Valcellina, 2009). La sua famiglia viene dal Marocco, lei a 18 anni viene uccisa dal padre perché aveva una relazione con un 31enne italiano. Il padre è condannato all’ergastolo.

La terza si chiamava Begum Shahnaz, uccisa a Modena, nel 2010. Viene …

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