Il Male come normalità

Giorno dopo giorno ci stiamo assuefacendo all’oscena visione del Male: la prevaricazione e l’umiliazione percepite come normalità. Da una parte Putin e la schiera delle sue vittime, dall’altra Netanyahu che tratta i palestinesi come bestie da macello. Chi ci salverà da tutto ciò? Non la plutocrazia americana, che attualmente vede in Julian Assange il suo agnello sacrificale; non l’Europa, lontana dall’essere un sistema democratico e federale. Bisogna cominciare da nuove parole, guardando alle lezioni dell’Illuminismo e al paradigma keynesiano.

«Il fine giustifica i mezzi? Può darsi.
Ma cosa giustificherà il fine
Albert Camus

«Il demoniaco non è la pura e semplice negazione del
bene, non è la sfera della totale oscurità, ma è quella
della mezza luce crepuscolare, dell’ambiguità, dell’
incerto, di ciò che vi è di più profondamente sinistro»
Gerhard Ritter

Il ghigno demoniaco

Scrivo queste note avendo ancora negli occhi lo sguardo melanconico, da agnello sacrificale, di Aleksey Navalny, riprodotto nel poster brandito come uno stendardo da un suo sostenitore che fronteggia gli scherani del Signore rintanato al Cremlino. Nelle manifestazioni spontanee come un urlo, all’annuncio del martirio, il 16 febbraio 2024: la fine inevitabile di un Cristo slavo, inerme nell’orto di un Getsemani siberiano. Icona dolorosa, a cui si assommano con effetti moltiplicativi le immagini trasmesse dai telegiornali dei massacri in corso nella striscia di Gaza, troppo sovente compiaciuti nello zoomare sui corpicini inerti di bambini e bambine palestinesi.

Un concentrato del dolore mondiale che configge ormai un pensiero: stanno vincendo loro. Pensiero che rimbalza come una pallina impazzita tra le facce dei mandanti: il profilo da serpente di Vladimir Putin, nel cui cranio il cervello del rettile si è definitivamente divorato quello umano, e la maschera grottesca di Benjamin Netanyahu; questo politico immarcescibile che era già al governo di Israele nel 2002, al tempo della seconda Intifada, e autorizzava la pratica di marchiare numeri sulle braccia dei prigionieri palestinesi. Ridotti alla stregua di bestie da macello. Con il precedente che dovrebbe rendere il seguente del tutto inaccettabile per degli ebrei: perché così facevano i carcerieri nazisti nei campi di sterminio ad Auschwitz e Mauthausen.

Putin e Netanyahu, mentre sul loro volto si stampa il ghigno compiaciuto di chi percepisce che l’obiettivo atteso sta per essere raggiunto, un ben osceno punto di arrivo: per il premier israeliano – come ha denunciato il membro della Knesset Ron Katz – mantenere in stallo l’azione della magistratura favorendo l’ascesa dei terroristi di Hamas e radicalizzando il conflitto medio-orientale con relative mattanze, tanto da bloccare le tre incriminazioni pendenti sul suo capo (corruzione, frode e abuso di fiducia) e arrivare a una riforma giudiziaria concepita in modo tale da renderlo inattaccabile; per il quattro volte rieletto presidente della Russia, i cui occhi socchiusi sono la spia della sua natura da Velociraptor predatore, praticare la vendetta assassina (pallottole, materiale radioattivo o che altro?) contro chi ha osato opporsi al suo dominio assoluto. Dunque, critici come la giornalista Anna Stepanova Politkovskaja o vecchi compari, ormai intenzionati a mettersi in proprio, tipo l’imprenditore militare a capo dei mercenari della Wagner Evgenij Prigozhin. Magari Alexander Litvinenko, un ex agente dei servizi segreti dissidente, avvelenato con il Polonio 21 fatto scivolare in una tazza di tè. La sommatoria di almeno una ventina di ammazzamenti politici; traccia di sangue che parte dal 2003, poco dopo l’ascesa al potere del Presidente russo.

Mentre ormai appare in tutta evidenza ciò che in un libro datato 1940, in piena ascesa del nazifascismo, veniva evocato come «il volto demoniaco del potere, simile alla testa della Gorgone». In tutto il suo indiscutibile orrore.

La ferocia ferina del Male, che dilaga nel momento in cui il Potere si sbarazza di tutti gli effetti dell’addomesticamento secolare che è coinciso con quella coltivazione dell’umano che chiamiamo civiltà. Nelle cui fauci belluine finisce chi non ha manifestato un’immediata sottomissione al suo comando imperscrutabile perché senza regole. I Navalny e poi le altre vittime sacrificali di questa stagione della disumanizzazione dilagante: i Julian Assange come i Giulio Regeni. Doppiamente vittime perché lasciati sostanzialmente soli. E a incarnare il Bene rimangono solo le presenze dolenti dei pochi che per loro ancora intendono battersi: i gen…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.